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Categoria: Cosa abbiamo scoperto
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Pubblicata nel 1829, "La Sacra di San Michele" disegnata e descritta dal cav. Massimo D'Azeglio offre una delle prime descrizioni approfondite, e riccamente corredata da illustrazioni, della Sacra in epoca moderna (per qualcosa di più accurato, si dovrà attendere sino al libro di A. Malladra e G. Enrico Ranieri del 1907).
Per chi ha avuto occasione di leggere tale libro, evidente è la presenza di una narrativa quantomeno peculiare, che alterna la descrizione del luogo attraverso lo sguardo dell'autore a digressioni leggendarie, includendo anche le vicende di un fantomatico cavaliere della Rosa.

Ecco come lo stesso Massimo D'Azeglio narra l'origine della sua opera ne "I miei ricordi", pubblicato nel 1867, e ne offre, con il senno di poi, un giudizio decisamente critico.

Si combinò una gita per visitare la badia di San Michele, posta sulla punta d'uno scoglio allo sbocco della valle di Susa. Mi parve cosa meravigliosa, e sentii risvegliarmisi dentro il diavolo dell'arte.
Questa risurrezione mi fece un gran piacere; m'ero fatto morto, tanto mi sentivo vecchio (e non avevo 30 anni!). Ora m'accorgevo invece ch'ero vivo. Presi foco, come molte volte m'accadde: alto! coraggio! e fuori un'Illustrazione della Sagra di San Michele, con testo, stampe, vedute prese dal vero ec. Mi ci misi subito con qualche furore, ed i miei parenti ne furono felici; videro che la natura s'aiutava da sè. M'andai a stabilire ad un paesetto detto Sant'Ambrogio a fil di squadra sotto la Sagra, ed appiè della salita. Stavo in una bettola incredibile, ma avevo uno scopo, una cosa da fare, mi sentivo rinascere.
La mattina prima di giorno m'alzavo, salivo co' miei attrezzi, e passavo la giornata lassù ritraendo vari punti; a notte riscendevo a Sant'Ambrogio.
Così raccapezzai un buon numero di vedute esterne, interne, pezzi d'architettura, cornici, colonne, capitelli ec., e tornato con questi studi a Torino, diedi ordine e forma al mio progetto d'edificazione, e tosto mi posi al lavoro delle litografie.
Questa badia, eretta nel nono o decimo secolo da un barone francese, Hugues le Décousu, è uno degli edifizi più originali e pittoreschi che abbia mai veduti. Un monte o piuttosto rupe che termina con un gran sasso a pan di zucchero, scompare sotto molte fabbriche irregolari che fasciano la sua cima, sulla quale posa la chiesa. L'aspetto dell'insieme è mezzo religioso, mezzo militare, per merli e bertesche, quale l'avevano i monasteri in quell'età. Di questo luogo si narrano leggende curiose. Hughes le Décousu, verbigrazia, avrebbe cominciato ad edificare sul monte in faccia, ma ogni notte gli angioli portavano i materiali dall'altra parte della valle, e così la badia sorgeva dov'è al presente. Pel primo giorno del lavoro l'operazione si capisce. Le prime pietre collocate nei fondamenti scompaiono: ma in appresso se si deve impostare basi, colonne, archi, e non si trova più lo stato del giorno prima?... dev'essere corso qualche errore nel racconto. Si narra altresì d'una bellezza perseguitata da un tiranno qualunque, su nel monastero, e che gli presenta la solita alternativa di buttarsi da una finestra se non la lascia stare. Il tiranno (si capisce) crede che lo dica, ma che non lo farà, e va avanti. Invece la bella Alda è di parola, e giù nel precipizio! Ma gli angioli la reggono, non si fa nessun male, e il tiranno resta con un palmo di naso. Alda (si capisce anche questo) s'invanisce un poco del buon esito d'un salto simile e si vanta di ripeterlo a volontà; ma invece cade già a Sant'Ambrogio, e, frase del racconto, 'L tocc pi gross a l'è staita l'ouria.'

Questo monastero godeva di giurisdizioni feudali; possedeva terreni per la Lombardia, ed in oggi ancora v'è in Milano (*) la chiesa di San Michele alla Chiusa, antica sua succursale. La Chiusa, ove sorge la badia, è il punto ove i Longobardi sotto Desiderio chiusero il passo a Carlo Magno. Egli, superando i gioghi meridionali della valle di Susa, riuscì nella valle prossima di Giaveno, e fattosi alle spalle del nemico lo ruppe. Queste fazioni sono raccontate da una cronaca, la quale avendo dette le cose con parole semplici, e che si capiscono subito senza bisogno di tornar da capo; è che in più con aneddoti di vita intima vi trasporta in quell'età, e ve la fa conoscere così bene, si chiamerebbe la rozza cronaca della Novalesa, da quei tali che tengono ignorante il prossimo e lo seccano in nome della dignità della storia. E' curioso, verbigrazia, il patto col quale Carlo Magno ottenne di conoscere il passo ignorato che gli diede la vittoria.
All'Imperatore si presentò un certo uomo, e gli offerse d'insegnargli una via per calare alla pianura; chiedendo in guiderdone che, adempiuta per parte sua la promessa, potesse salire su un poggetto, e sonandovi il corno, divenissero suoi servi quanti l'udissero. Carlo Magno che l'aveva per un tozzo di pane, s'accordò tosto nel prezzo, e quest'uomo, vinta l'impresa, suonò il suo corno (si può immaginare che soffiata!) e poi sceso dal poggetto, veniva domandando a quanti incontrava: audisti ne sonum? - e se l'altro diceva: - audivi: - alapam tibi dabat dicens: servus meus es. - Altro fattarello. Prima della calata di Carlo Magno, il paese era infettato di malandrini, ed i monaci della Novalesa non sapevano più come salvarsi. Era fra questi un antico Arimanno già terribile soldato, ora umile penitente. L'abate lo fece chiamare, e gl'impose andasse ai masnadieri e li persuadesse a rispettare la badia. E non solo lo mandò senz'armi, ma gli comandò che se venisse schernito, spogliato, non opponesse resistenza, e tutto tollerasse per l'amor di Dio. Il monaco, presa l'ubbidienza, disse: ed io così farò, se mi levano la tonaca, la camicia, il cilicio: ma se volessero levarmi i femoralia? (mutande). L'abate colpito dalla forza dell'argomento, soggiunse: de femoralibus nil tibi praecipiam. Parte il monaco sul suo vecchio caval di battaglia, che serviva all'uso del convento, e trovati gli scherani, gli avviene appunto che di lui si fanno beffe. E lui sta zitto. Lo spogliano della tonaca, della camicia; e lui zitto. Suppongo che non vedeva l'ora che arrivassero alle mutande: ci arrivano difatti; e lui che non aspettava altro, sfibbia, non avendo armi, le staffe di ferro, e comincia a minestrare; e minestra così bene, che tornò al monastero co' panni suoi, e coi panni e l'arme di costoro, che lasciò per bosco a' corvi ed ai lupi.
Questo fatto mi diede poi più tardi l'idea di introdurre Fanfulla in San Marco nel Niccolò de' Lapi. Ma riconosco umilmente che de' due il monaco val meglio assai. - E chi le dice, grideranno i signori della dignità della storia, che il suo suonatore di corno, o il suo monaco, siano neppure esistiti? Com'è possibile introdurre simili favole, in iscritti destinati a tramandare a' posteri, per quanto è possibile, la memoria esatta e veritiera dei fatti accaduti? -
Verissimo. Ma se me lo permettono, dirò loro l'uso al quale servono simili favole. Servono a farci conoscere quali fossero gli uomini, le loro idee, i loro costumi, le loro virtù, i loro vizi, le tendenze in certe date epoche, delle quali non sappiam altro se non quello che la dignità della storia ha permesso di dire; e che consiste nell'averci presentate le gesta di imperatori ed imperatrici, di re e regine, di papi e principi e gran signori, ai quali gli storici fanno attraversare la scena in veste e corona trionfale, senza degnarsi di informarci dei modi di vivere e di sentire de' loro contemporanei sottoposti, dello stato, in una parola, dell'umanità. Tanto che siamo ridotti soventi volte a trasecolare a fronte di vicende storiche, di vittorie, di sconfitte, d'esaltazioni o di rovine inesplicabili; delle quali il movente e la ragione si troverebbe appunto in quelle regioni sociali che la dignità della storia credette troppo inferiori al suo grado. La storia per un pezzo fu la storia de' grandi; è tempo che diventi la storia di tutti: e tale è in parte lo scopo del movimento storico moderno.
Ma non ho finito co' miei fattarelli. Ve n'è un ultimo, e dipinge i tempi, che proprio pare d'esservi. Vinti i Longobardi, la storia dignitosa ci dice che Desiderio si ritirò e morì nell'isola del lago d'Orta (?): che Adalgiso, imbarcatosi a Pisa, si rifugiò alla corte di Costantinopoli.
Ecco invece che cosa narra la rozza cronaca.
Carlo Magno tenendo corte in Pavia, sedeva a mensa con i suoi fedeli, e da quanto pare, con chi si fosse cacciato avanti, ed avesse trovato luogo.
Finito il pranzo, l'Imperatore nell'uscire, vidde in terra accanto ad un posto delle tavole inferiori un gran mucchio d'ossa di cervi, cignali ed altre selvaggine; e domandando, che fra i suoi ospiti avesse tanto divorato, nessuno seppe rispondergli; se non che gli venne riferito che un incognito, miles fortissumus all'aspetto, nel mangiare stritolava co' denti le ossa come nulla: sicut cannabina stipula confringebat - ed aveva fatta quella catasta.
Carlo Magno non era tenuto un balordo dai suoi quasi contemporanei, quale lo tennero poi i romanzieri italiani. Dice il cronista che tosto s'addiede, e disse - costui non è altri che Adalgiso - e comandò ad uno de' suoi che ne corresse in traccia; e tolsosi i braccialetti d'oro, gl'impose di consegnarglieli invitandolo a ritornare a lui. Il messo lo trovò, che già entrato in un navicello sul Ticino, appena s'era scostato dalla riva. Lo chiamò, e fattogli l'invito del re, gli mostrava i braccialetti, dicendogli si accostasse alla riva per prenderli, se pure negasse seguirlo presso Carlo.
Adalgiso s'accostava, e colui, posti i braccialetti sulla punta della lancia, glieli porgeva. Questo modo di presentar regali non andò a genio al giovane. Prese la sua corazza, se la gettò sul tergo, e tolti anch'esso dalla braccia i propri braccialetti, anche esso li porgeva al messo sulla punta della sua lancia, dicendo: Si in dolo mihi doma regis porrigis, ecce et ego mea dona in lancea tibi do! - Il servo si conobbe scoperto, prese i braccialetti d'Adalgiso, e li recò a Carlo; il quale li volle mettere, ma gli corsero sino alla spalla; onde disse: Non mirum si Adalgisus maximas habeat vires.
Ora dunque analizziamo. Questa la storia dignitosa mi dice, che Carlo scese in aiuto del Papa, vinse alla Chiusa, prese Pavia, distrusse il regno dei Longobardi, mi narra una serie di fatti che somigliano a tutti gli altri dello stesso genere, e che potrebbero essere accaduti prima o dopo, o in altri paesi, nè mi lasciano nella mente nessuna speciale impressione. Quando invece la cronaca mi racconta i fatti che ho citati (se anche non sono veri, sono però ritratti dal vero), mi porta in mezzo all'epoca di Carlo Magno, che non mai potrò confondere con un'altra: riesco a farmi un'idea delle origini come delle conseguenze dei fatti storici, perché conosco quali erano coloro che ne profittavano o ne soffrivano; ed imparo così a conoscere non soltanto pochi uomini in condizioni eccezionali, ma la gran massa dell'umanità, e la sua vera storia. Mi si perdoni la digressione, e torno nel seminato.

Il testo che scrissi narrava le origini della badia, ed anche le vicende d'un monaco (romanzetto di mia invenzione) con varie notizie e particolari.
Fu ricevuto con benigno compatimento. Mi piacque veramente un lungo brano della cronaca che posi in nota, e tradussi col testo a fronte, dal quale ho estratto i fattarelli narrati.
Il pubblico ebbe buon naso. Si figuri che il mio testo cominciava così: "Per lungo volger di secoli resse Italia lo scettro dell'universo..."
Capisce in che chiave l'avevo presa? Per fortuna il mio naturale è talmente opposto a tutto quello che somiglia l'andar sui trampoli, che me n'accorsi subito, profittai della lezione e non ci son cascato mai più (almeno così mi pare), nelle cose che ho scritte.
Tutt'insieme, nella ristretta società di Torino, la mia opera ebbe un incontro che non meritava. Il testo, come dico, era d'uno stile poco naturale; pareva quello di certi giornalisti quando vogliono far i signori; e neppur presentava grande interesse per le idee e pe' fatti.
Le litografie riuscivano d'un certo effetto a forza di fatica, ma impronta artistica n'avevano poca.
Il mio lavoro però ebbe per me un immenso valore: servì a distrarmi, a dare una direzione ai miei pensieri ed alle mie occupazioni.

(*) Nota del redattore: con buona pace del cavaliere, la chiesa meneghina di San Michele della Chiusa venne purtroppo abbattuta nel 1930. Rimandiamo all'archivio storico della diocesi per maggiori informazioni.