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Categoria: Cosa abbiamo scoperto
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Le fasi che appaiono più significative per l'impianto, la crescita e l'affermazione dell'abbazia benedettina di San Michele della Chiusa possono essere così riassunte:

  1. la fase preromanica e ottoniana;
  2. la fase protoromanica;
  3. la fase del maturo romanico;
  4. la fase del primo gotico;
  5. la fase del gotico maturo.

La fase del maturo romanico

Riprende da Le fasi dello sviluppo: la fase del maturo romanico (parte 1 di 2)

Ma all'esame di una fonte non seguita da quanti avevano sinora affrontato la storia di questa architettura, scaturisce anche una ulteriore ipotesi senza dubbio affascinante. Infatti nella visita Bogino del 1744 emergono interessanti considerazioni riguardo alla lettura dello spazio della basilica. Il visitatore, personaggio che certamente era fornito di un'alta cultura, offre a noi una lettura dello spazio ecclesiale che si trova di fronte, certamente colta, ma che ci può anche aiutare a capire certe parti strutturali dell'andamento planimetrico abbastanza ostico, in una nuova prospettiva.
Egli annota innanzitutto che lo spazio della chiesa è perfettamente quadrato, in ciò recependo il dato oggettivo che vede tre campate articolare su tre navate.
Quindi rileva, ma in parte certamente ipotizzandolo, che la navata centrale "desinenebat utrinque in semicirculum" oltre le navate laterali. L'ipotesi avanzata consiste nel fatto che, nella descrizione, segue l'osservazione che il "semicirculus occidentalis, in quo erat Chorus Monachorum" gli risulta "plane dirutus": ci troviamo di fronte a una serie di considerazioni che si costringono a più di una riflessione. Certamente è affascinante l'idea di spazio architettonico che scaturisce dalla descrizione del Bogino, in quanti ci richiama alla mente modelli aulici di grande significato, specie in assenza di qualsiasi effettiva nozione sulle originarie condizioni degli orizzontamenti, crollati già in antico e oggi frutto di un'interpretazione dovuta alla concezione del D'Andrade. Primo fra tutti, come archetipo, lo spazio di Santa Sofia, per poi venire, più vicini nel tempo, alle chiese romaniche a doppia abside e in subordine, alle chiese di matrice tedesca, con la determinante presenza del Westwerk, magari con l'autorevole esempio locale della cattedrale warmondiana di Ivrea.
La presenza di due muri di tamponamento alla terza campata occidentale delle navate minori è un fatto oggettivo che lascerebbe avvalorare l'ipotesi di una conclusione prominente per la sola navata centrale: ma anche qui bisogna fare attenzione al fatto che i pilastri polistili del XIII secolo, su questo allineamento, risultano completi anche se oggi in parte tamponati e inclusi nella parete occidentale. Ma che qui il discorso si sia forse interrotto e abbia sortito esiti differenti è anche dimostrato dal fatto che proprio sulla parete occidentale si trovava (come ha individuato Giovanni Romano) il dipinto narrante le vicende della fondazione della Sacra; e inoltre il pilastro a T del "coro vecchio" ha superfici dipinte su più lati, con attestazioni attendibili del primo Cinquecento: il che significherebbe probabilmente che già a quest'epoca la situazione dell'abside occidentale è compromessa. Nel campo delle ipotesi possiamo ancora inserire il dubbio che il coro antico avesse una struttura di pilastri con archi aperta sul vano con muri rettilinei più antichi, conservati come a formare un deambulatorio.

Per quanto concerne gli studi sull'architettura della Sacra, l'opera dl Kingsley Porter resterà sostanzialmente la base da cui gli studiosi stranieri autori delle più organiche sillogi sull'architettura carolingia, preromanica, ottoniana e romanica baseranno le loro conoscenze dei fatti anche piemontesi, senza alcun sostanziale nuovo apporto storico-critico sino ai nostri anni.

Tralasciando il corpo più occidentale di questa chiesa, denominato "coro vecchio", l'attuale edificio presenta un impianto unitario a tre navate absidate che, come dice la Wagner-Rieger, rivelano un modello sostanzialmente romanico anche nelle parti che, impostate a un linearismo più gotico, sono state completate più tardi. Quando, completato il basamento, si avviò presumibilmente nel terzo quarto del secolo XII la chiesa superiore, le maestranze attive ebbero quali modelli ideali, da un lato l'esperienza lombarda (con specifico riferimento, non solo per la scultura, all'area piacentina) e, dall'altro lato, l'esperienza d'oltralpe, che si manifesta più esplicitamente, ma non solo, nell'articolazione planimetrica. Mentre il robusto impianto planimetrico delle absidi, con gli antistanti vani voltati a pieno centro, gli archi a doppia ghiera delle campate longitudinali, nonché i pilastri a pianta circolare lievemente rastremata e i trifori, richiamano il modello del contemporaneo duomo piacentino, altri elementi rivelano ispirazioni differenti. Compaiono già nella prima compata delle navate laterali costoloni a profilo mistilineo che non sono più quelli lombardi; gli archi trasversi (magari archiacuti e con un profil di sezione torica allo spigolo) e la stessa sezione delle lesene tra le cappelle absidali, che le maestranze del terzo quarto del secolo dodicesimo adottarono, sembrano ispirarsi maggiormente a un'esperienza francese, forse non omogenea nel modello assunto, ma che vede tra le novità forme riscontrabili a Saint-Denis per non andare a ricercare Durham, o assimilabili - per i profili delle lesene - agli elaborati supporti di Lessay e Saint-Etienne di Beauvais (dal 1105 al 1140 circa).

Resta il fatto che il prolungarsi dei lavori di costruzione della chiesa restano un aspetto determinante sulla definizione dell'immagine a noi giunta.
Le forme complesse delle fasi della Sacra consolidate alla seconda metà del XII secolo, giocoforza non hanno un seguito come modello, nell'area piemontese, anche per il fatto che, trascorsi pochi decenni, gli stessi monaci della Chiusa saranno indotti ad aggiornare i loro propositi sui modelli gotici che ormai si diffondevano velocemente.
Il più importante centro benedettino piemontese, che a partire dal X secolo dominava con il suo prestigio religioso, culturale, ma anche economico e politico, il panorama di una estesa parte del nord Italia, si presenta alle soglie del XIII secolo con un impegnativo programma edilizio avviato secondo modelli altisonanti sotto tutti i punti di vista: spaziale, decorativo, tecnologico. Il sito in cui l'abbazia si era sviluppata, la fama di cui godevano il suo studio e le sue strutture monastiche nel loro insieme (il che significava un vasto traffico di pellegrini comuni, ma anche di studiosi e grandi personaggi), disponibilità finanziare direttamente correlate a un immenso patrionio immobiliare, sono i presupposti di un cantiere che, avviato sul finire del X secolo, non contemplerà lunghe soste sino al XIV secolo. Oggettive difficoltà logistiche e programmi di una pretenziosità che non intendeva conoscere limiti comportarono il risultato di vedere incompiuto l'edificio più prestigioso, la chiesa sull'alto del Pirchiriano; d'altro lato gli edifici abbaziali hanno avuto la sorte di crollare o di esser così manomessi da non consentire agevoli letture delle fasi costruttive. Fasi che sono, per quanto sopravvissuto, strettamente interrelate, costituendo in particolare gli edifici della chiesa un vero e proprio flusso che si interrompe nel momento in cui, non procedendo il rinnovo edilizio, si congiungono le parti occidentali della basilica di primo undicesi secolo con la terza campata, del tredicesimo; intanto che il campanile, innalzandosi ancora di poco prima di interrompersi definitivamente, era ancora in grado di ricevere le trifore superiori con rilievi di gusto decorativo trecentesco.

Pino Carità, Architetto
Sabato 20 Maggio 1995