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Categoria: San Michele Arcangelo
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Un altro importante luogo di culto dell'Arcangelo durante il Medioevo fu la Sacra di San Michele, un'abbazia fondata, verso la fine del X secolo, su uno sperone roccioso del monte Pirchiriano, all'imbocco della Val di Susa, da Ugo di Montboissier, un aristocratico proveniente dall'Alvernia, nella Francia occidentale. L'ubicazione dell'abbazia, in altura e in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia.
Se ne ha una conferma leggendo l'anonima Chronica monasterii sancti Michaelis Clusini, composta tra il 1058 e il 1061, che costituisce la più antica e importante tra le fonti relative alla fondazione del monastero clisino.

L'autore decrive in modo particolareggiato, come già avevano fatto gli autori dell'Apparitio garganica e dell'Apparitio in monte Tumba, la natura aspra e selvaggia del luogo in cui si insediò il culto. La montagna del Pirchiriano, ricoperta da folti boschi (frondosae silvae) e da una fitta vegetazione, impossibile da scalare se non per un angusto sentiero, si elevava tanto in alto fin quasi a toccare le nubi con la sua vetta, l'unica parte spoglia di vegetazione. Qui vi era una chiesa consacrata a Michele, nella quale si verificavano numerosi prodigi: di questa chiesa egli intende riproporre la storia, appresa da una verissima antiquitatis relatio.
Il racconto prende le mosse da un singolare personaggio, Giovanni soprannominato Vincenzo, che forse era stato vescovo di Ravenna e che vive da eremita sul dirimpettaio monte Caprasio. A lui appare l'Angelo esortandolo a non condurre solo vita contemplativa, ma anche attiva, e gli chiese di costruire in suo onore una chiesa in legno. Il mattino seguente, l'eremita cominciò a raccogliere la legna necessaria, ma il giorno dopo scoprì che era sparita e scorse alcune colombe che, volando a schiera, trasportavano verso il Pirchiriano i frammenti residui di legna. Meravigliato, si rimise al lavoro e nella notte fu spettatore di un altro prodigio: un globo di fuoco si levò dalla vetta del Pirchiriano verso il cielo. Al mattino del terzo giorno, accortosi che anche la legna raccolta il giorno prima era sparita, sbigottito e incerto sul da farsi, in preghiera si rivolse a Dio e a Michele perché gli spiegassero l'accaduto. A questo punto gli apparve di nuovo l'Angelo, che lo esortò a comprendere i segni ricevuti e a recarsi sulla vetta del Pirchiriano (montis illius cacumen), dove avrebbe ritrovato la legna e avrebbe potuto finalmente costruire la chiesa: l'Angelo stesso -come i due prodigi lasciavano intendere - aveva scelto per sé quella sede. Recatosi sul Pirchiriano, Giovanni ritrovò la legna, costruì in poco tempo la chiesa e scolpì nella roccia un altare in onore di Michele, trattenendosi a vivere da eremita in quel luogo. Poi si rivolse al vescovo di Torino Amizone perché consacrasse la chiesa, la cui fama, intanto, cominciava ad attirare folle di fedeli da città, villaggi, campagne. Dopo un altro evento prodigioso - una colonna di fuoco che scendeva sul monte - interpretato come diretta consacrazione divina e angelica che precedeva quella del vescovo, Amizone dichiarò la piena autonomia e indipendenza di quella chiesa da ogni potere civile ed ecclesiastico per il futuro. Vengono poi introdotti nella narratio, non priva di eventi miracolosi, altri personaggi tra i quali un marchese di Torino e il nobile alverniate Ugo di Montboissier; quest'ultimo in seguito a un'ulteriore apparizione di Michele, la terza (*), sul luogo dove sorgeva la piccola chiesa di Giovanni, costruì un monastero e ne affidò la guida al monaco Atverto della comunità di Lézat, nella diocesi di Tolosa.
Papa Nicola II (1058-1061) volle che questi fatti fossero messi per iscritto e commissionò a qualche agiografo la Chronica, per affermare che la tutela del cenobio era di pertinenza diretta della chiesa di Roma.
In circa tre quarti di secolo da quando, grazie al concorso di una pluralità di forze, era stato fondato, probabilmente tra il 983 e il 987, il monastero clusino era tanto cresciuto da far sentire il bisogno di fissarne per iscritto la memoria.

Si tratta di una vicenda emblematica, abbastanza ricorrente in epoca medievale. Molti santuari, monasteri e luoghi di culto, in un determinato momento della loro storia e di solito quando avevano raggiunto una certa notorietà, proprio come era successo sul Gargano e a Mont Saint-Michel, si interrogavano sul loro passato e commissionavano testi che ne ricostruissero la storia. Di qui, per esempio, l'espediente, che è diventato un topos nella letteratura agiografica, per cui l'agiografo, spesso anonimo, per conferire forza dimostrativa e credibilità al suo scritto, dichiara di essersi documentato sui fonti precedenti e tenta di collocare in una dimensione storica anche elementi miracolistici e leggendari: nell'Apparitio garganica si nomina un libellus in eadem ecclesia positus, nell'Apparitio in monte Tumba vengono ricordati dei veraces narratores, mentre nella Chronica piemontese si fa riferimento a precedenti scripta et virorum fidelium verifica attestatio e a una verissima antiquitatis relatio.

Giorgio Otranto

Da AA.VV., Il faro di San Michele tra angeli e pellegrini, a cura di A. Salvatori, Stresa 1999, pp. 128, € 12,50

(*) Chronica 14, p. 966. In questa terza apparizione Michele si mostra contemporaneamente a Ugo e alla moglie Isengarda, mentre si trovano in luoghi diversi, e li esorta con le medesime parole a edificare il monastero.