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Categoria: La Sacra per...
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La cronaca di una giornata alla Sacra di San Michele, secondo lo sguardo di un turista del 1857, Carlo Alberto Gazelli di Rossana, Convittore nel Regio Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, edito nel 1958 con il titolo "La nostra gita a Caselette nell'autunno del 1857", ci permette di aprire un'interessante finestra sulla Storia, offrendoci anche la possibilità di cogliere, non senza un certo divertimento, quanto già un secolo e mezzo fa, molti fossero gli errori riportati dalla memoria di un turista in quella che oggi potremmo considerare la propria recensione.

Lunedì 24 agosto

Alle 3 ore fummo in piedi, alle 5 e mezzo facemmo colazione, alle 6 partimmo. Mio Zio, dopo i più teneri addii, fu lasciato a Caselette; e noi, colla persuasione che quel giorno dovesse esser bello, giusta il vaticinio di Matteo, tranquillamente saliti in vettura partimmo verso Avigliana, passando davanti al pilone dei due diligenti fratelli Giuglardi. Noi sapevamo, che la gita che imprendevamo, sarebbe durata ben quattro giorni, ed avevano quindi portato tutto il necessario, avendo lasciato però il mantello e la tera incerata dei berretti, che ci sarebbero pur tornati a gran vantaggio. Tutti eravamo bene provvisti, ma io solo portava il corno, perchè gli altri avevano lasciato il loro a casa.
Giunti a S. Ambrogio abbandonammo la vettura, ed invece noleggiammo un mulo con il suo mulattiere, i quali dovevano trasportare i nostro oggetti al luogo dove si sarebbe dormito la notte vegnente; poi intraprendemmo coraggiosamente la salita.
Fino alla metà non avvenne nulla di straordinario, ma dalla metà in su, non fu che un continuo seguito di cose ridicole. Primieramente, noi al solito prendevamo sempre i sentieri e le scorciatoie più ripide e dirupate, e contro gli avvisi del P. Canobbio c'inerpicavamo per quelle, ridendo come matti. Per un poco questa faccenda andò bene; ma poi, quando avendo preso un sentiero assai battuto, accompagnati sempre dai Padri Canobbio e Denza, ci trovammo fuor di strada, allora fu un'allegrezza universale. Sperando intanto di cavarcela presto, facevamo coraggio al P. Canobbio, e si andava avanti; ma ben presto ci trovammo in luoghi sassosi e sdrucciolevoli, talchè il salire diveniva malagevole, tanto più che alcune cadute, vere o immaginarie ci facevano ridere così smascellatamente, che non rade volte ci avvenne di dover cadere per forza di risa. Quando però si fu giunti ad un luogo, in cui v'erano seriamente pericoli, ci arrestammo costernati, tanto più che per quanto io dèssi di fiato nel mio corno, non potei essere udito da alcuno, nemmeno dal Conte, dal Prefetto, e da Visetti, che battevano la strada buona.
Erano quivi due strade, o meglio due sentieri, dei quali uno menava alla strada praticabile, l'altro ad un precipizio, alla cui vista è duopo fermarsi e retrocedere; per buona ventura seguendo il consiglio del P. Canobbio ci appigliammo al primo, e così in breve ci unimmo di nuovo col Conte, con Larissè il quale non aveva preso nè sentieri, nè strada, ma era venuto inerpicandosi per i sassi.
Allora appunto cominciò una pioggia fina fina, che fu la prima contraddizione, e per Matteo, e per la sua quaglia; quindi preso il passo di corsa, in breve giungemmo all'Ospizio della Sacra di S. Michele, poco bagnati dalla pioggia. Il conte Cays aveva già avvertito per iscritto quei Reverendi Padri Rosminiani, che abitano ora l'Ospizio, del giorno del nostro passaggio sul monte; laonde eglino ci accolsero con le più gentili maniere. Fattici indossare gli abiti di panno, ci condussero nella sala dei forestieri, ov'era acceso un gran fuoco, a cui ci riscaldammo alquanto per asciugare l'umidità; poscia ci servirono latte caldo che ci ristorò assai, quindi cominciammo a visitare l'Ospizio.
Questo illustre monastero fu fondato, siccome ci raccontò il Padre che ci guidava, dal Conte di Montboissier il quale voleva con ciò ottenere l'assoluzione d'un grave fallo commesso. Egli scelse questo monte perché già celebre, come vicino alle Chiuse Lombarde, e per i portentosi avvenimenti che accadevano nel famoso Oratorio di S. Michele, che tempo innanzi esisteva sulla vetta del monte. Furono gettate le fondamenta all'incirca la metà del decimo secolo, e non tardò guari a fiorire per ogni rispetto; giacchè i monaci, a cui ne fu dato il governo, coltivarono le lettere e le scienze, ed un abate Guglielmo lasciò scritta una cronaca dell'Abazia, assai pregievole.
L'edifizio è assai irregolare, perchè tutto edificato su punte di scogli; ma il suo aspetto maestoso ha un non so che di fantastico, e sembra impossibile che quella mole non si stacchi e precipiti; tanto ne è ardita la posizione. E' cinto di mura diroccate, e di fortificazioni (dico così, perchè una volta i monaci impugnavano anche le armi per difendere la loro quiete contro i barbari ed i tiranni). Il suo interno è di un'architettura che trasporta nel medio evo; in molte parti i muri sono nel vivo sasso scavati. Un grande ed alto scalone che presenta un imponente aspetto, in cui traspira una silenziosa solitudine, conduce alla Chiesa; i suoi lati contengono molte iscrizioni di tombe, e lapidi mortuarie; in una eccelsa nicchia vedonsi alcuni cadaveri, essiccati dal tempo, con in pungo la croce, appoggiati al muro, nella positura che loro diede chi là li pose, ed inspirano al viaggiatore sensi di sacro orrore, e di trista solitudine. La Chiesa è piena di antica bellezza; la sua porta specialmente è lavoro degno d'essere ammirato; alcune tele di squisito lavoro, le tombe degli abati, le ardite, ed alte colonne dritte, e ritorte, i vetusti affreschi, e la cupa oscurità della Chiesa, conciliano rispetto e divozione. Sui muri del tempio leggonsi, oltre a molte iscrizioni, alcuni versi latini, e quà e là frammenti di massime, e di motti morali. A fianco dell'antica Chiesa stanno due cappellette, in cui entro grandi sarcofaghi, riposano le salme di molti Principi di Savoia che vi fece trasportare il Re Carlo Alberto. Tra queste hanno quivi la loro tomba il Duca Carlo Emanuele II, la Duchessa Giovanna Battista sua consorte, molti Principi di Savoia Carignano, e buon numero di Principi dei quali furono trovate le tombe nella Metropolitana di Torino senza iscrizione.
Tutte queste cose io ebbi agio di vederle e di sentirle, mentre i buoni Padri Rosminiani ci menavano per l'edifizio, facendoci visitar ogni cosa. Vedemmo ancora salendo sul campanile luoghi mezzo rovinati che fanno paura, le immense sbarre di ferro che tengono saldo quel gran fabbricato; alcune vecchie pitture che rappresentano parecchi fatti relativi alla fondazione del Monastero; vedemmo da alte logge e finestre i profondi precipizi che piombano giù in modo da far rabbrividire a guardarli, irti di rubi e scogli; gli spaldi per mezzo dei quali è sostenuta quella mole sull'aspro sasso; i ruderi del sepolcro dei Monaci, e più lontano il paese della Chiusa, le rovine sparse pel monte, ed infine il salto sterminato della Bell'Alda.
A questa vista ricordò una tradizione conosciuta da tutti i Piemontesi, ma raccontata in molte e diverse maniere, noi chiedemmo istantaneamente uno schiarimento: ed ecco quanto ci raccontò uno di quei Padri. Nel tempo delle imprese romantiche dei cavalieri erranti, o nel tempo dei Longobardi, soggiornava nel paese della Chiusa una donzelletta di tanta bellezza, che fu detta Alda la bella, o Bell'Alda; questa alla venustà dell'aspetto, accoppiava la bontà e la virtù del cuore; assalita, un giorno che errava per le montagne, da un feroce soldato, ella per tutelare la sua innocenza si diede a fuggire; ma stretta sempre più dall'inimico, si trovò innanti ad una finestra dell'antico Convento in cui era entrata, la quale sovrastava ad un immenso precipizio. Il soldato le era già presso; nè le restava più tempo a tentar altro scampo; Alda confidando in Dio e nella Vergine, fece il segno della Croce, e spiccò il salto. Iddio però vegliava sopra di lei. Ella piombò dall'altezza sterminata, ma posò sugli aspri scogli, come sopra un letto di fiori senza alcun danno; e fu salva. Corse la fama del portento, e tutti ne facevano altamente le meraviglie. Il demone della superbia invase il cuore della ragazza innocente, che invanitasi, credendo poter un'altra volta impunemente reiterare lo stupendo miracolo, alla presenza di molti spettatori spiccò un altro salto; ma se il luogo e la persona erano gli stessi, non era lo stesso il fine dell'impresa; la misera donzella, non più sostenuta da Dio, piombò sul sasso acuto, si ridusse in mille pezzi e miseramente morì. Sia vera o falsa questa narrazione, essa è da molti conosciuta, e racchiude un'alta morale.
Del primo salto vedesi ancora il luogo e la finestra donde la Bell'Alda lo spiccò, e tuttora sussiste in un muro isolato dalla fabbrica, che guarda in un spaventevole precipizio che ha per fondo le punte di acuti e sporgenti massi. E' indeterminato il luogo preciso del secondo salto; ma dicesi che benchè minore del primo, esso è purtroppo bastevole perchè un uomo che giù precipiti si faccia in mille pezzi.
L'altezza della Sacra di S. Michele è, se ben mi ricordo, di 772 metri sul livello del mare. Dopo d'aver così girato per tutto il Convento, e visitato tutto ciò che v'era di notevole, passammo per lo scalone degli scheletri, quindi entrammo nella sala dei forestieri, dove, a nostra grande soddisfazione, già stava preparata la tavola per il pranzo.
Mentre che aspettavamo il pranzo, era nostro divertimento il mirarci ai piedi una pioggia dirotta; giacchè le nubi trasportate dal vento lambivano le falde dell'Ospizio prendendo varie fantastiche forme e colori, cosicchè nella valle pioveva e sulla montagna splendeva qualche raggio di sole. Intanto giunse l'ora del pranzo, che fu lieto quanto mai; e fu chiuso con un brindisi del Padre Rosminiano che pranzava in nostra compagnia. Dopo il pranzo, ciascuno di noi scrisse il proprio nome sul Libro d'Oro dell'Ospizio, in cui sono notati i suoi visitatori; quindi scendemmo abbasso, e vedendo che più non pioveva, ma che anzi il cielo si rischiarava, prendemmo il necessario, e ci allestimmo alla partenza.
Prima di partire visitammo la grotta dei Maghi, che è una caverna scavata nel fianco del monte, ed alcuni antichissimi muri rovinati, che non ha guari aveva costata la vita a varii operai incaricati di demolirli. Intanto la mula arrivò, e ci disponevamo alla partenza, quando appunto incominciò a cader una pioggia dirotta, per la quale fu giuocoforza ritornare nell'Ospizio, finchè passasse il temporale. In questo tempo, che durò incirca un'ora e mezzo il Conte ci recitò alcune sciarade in versi, ed il P. Mazzotti ci lesse una bellissima poesia. Dopo di che essendo di bel nuovo cessata la pioggia, ci riponemmo in cammino, non senza aver ringraziato i buoni Padri Rosminiani della gentile accoglienza fattaci, e delle tradizioni, poesie e storie che ci avevano raccontate. Essi ci accompagnarono ancora per qualche tratto, quindi salutandoci cortesemente ci lasciarono. Ma ecco che non appena fummo giunti al sepolcro dei monaci cominciò di nuovo a piovigginare; non c'era più rimeno: bisognava tornare a Caselette, o prendere la via di Giaveno; noi scegliemmo questa essendo più breve, e lo scopo del nostro viaggio.